La teologia del C.E.P.U./2

La seconda parola che dovremmo tener presente in un discorso sulle motivazioni che ci spingono nell'avventura degli studi universitari è Evangelo o Vangelo.
Diamo ancora la parola a Paolo: vi ha pure chiamati per mezzo del nostro vangelo, affinché otteniate la gloria del Signore nostro Gesù Cristo (2 Tes 2:14). Le chiamate esistenziali, comprese quella iscritte nella nostra natura (essere mariti e mogli) e dunque anche quella a essere studenti, si collocano e si comprendono in una trama spirituale. Scopriamo di essere chiamati da Dio, anche a fare bene gli studenti, quando ascoltiamo la sua Buona Notizia, quando la facciamo nostra e le nostre vite imparano a conoscere il nostro Salvatore.

Diversamente, quella che abbiamo descritto come la chiamata sarebbe qualcosa d'altro. È stato soprattutto Max Weber, nel bene o nel male, a identificare un percorso di vita che ha le sembianze dell'ascetismo, vale a dire della dedizione a valori trascendenti, ma che in sostanza è un qualcosa di estremamente terreno, mondano. La razionalizzazione del tempo, l'organizzazione puntigliosa delle risorse, il perseguimento di obiettivi di volta in volta sempre più ambiziosi, la consapevolezza di portare avanti un disegno prestabilito nel quale ci si sente investiti in maniera sacrale (elezione) possono non essere, assolutamente, gli indizi di una chiamata divina.

Scopriamo che Dio ha un piano per noi, che gli dobbiamo rendere gloria in tutto ciò che facciamo quando scopriamo la Buona Novella, quando ci scopriamo per grazia all'interno del suo amore in cui siamo accolti. È a quel punto che ci sentiamo spinti ad andare verso l'esterno. Ma questo andare è prima di tutto l'andare dell'annuncio, della testimonianza evangelica. Ci sono alcuni brani nel NT che indicano questo venir fuori dal luogo in cui abbiamo capito di essere diventati figli di Dio come una vera e propria costrizione (... l'amore di Cristo ci costringe, 2 Cor 5:14)
Siamo figli dell'evangelo, ne siamo i frutti e, prima di ogni altra cosa, facciamo parte di quella catena di propagatori dell'evangelo, da fede a fede (condividere Gesù da studente a studente). L'evangelo che ci ha raggiunti deve essere trasmesso. Il compito non va in vacanza, quando rispondiamo alla nostra vocazione, anche di studenti. Per questo sempre Paolo può dire, guai a me se non evangelizzo. Due notazioni in merito a questa seconda parola d'ordine per questo inizio di a.a. 2009-2010.

La prima: due anni fa alla festa GBU i presenti compilarono un questionario messo a punto dal DiRS: "qual è la relazione tra i tuoi studi e la tua fede? L'intento era e resta quello di scoprire i nessi intimi che esistono tra le discipline che studiamo, quelle che caratterizzano il nostro percorso di studio (economia, psicologia, ecc...) e la nostra fede, grazie alla mediazione di visoni del mondo, sviluppi storici delle aree disciplinari, ecc... Ebbene, la risposta più ricorrente non entrava nel cuore della domanda ma indicava la coincidenza temporale dello status di studenti e quello dei propagatori dell'evangelo. In un primo tempo la cosa mi sorprese ma poi dovetti riconoscere che la risposta era altamente significativa per una altro ragionamento: è vero, non si smettono mai i panni dell'evangelista. E il fatto che tanti di voi riconoscano sempre di più la rilevanza di questa coincidenza temporale è incoraggiante. Questo significa che sta diminuendo nelle nuove generazioni la mentalità del coniglio di cui parlava J. Stott qualche anno fa: i conigli sono quegli animali che fanno pochi spostamenti allo scoperto e che si spostano solo per andare da una tana all'altra. Fuor di metafora gli studenti cristiani stanno sempre più imparando (grazie al GBU? ... speriamo) che devono camminare a testa alta nei campus e in particolare nell'ambito delle loro amicizie.

La seconda notazione concerne la sostanza, che cos'è il Vangelo. J. Lamb ha ricordato alla Formazione per i Coordinatori dei gruppi dell'anno scorso (2008) che il Vangelo è una sorta di rete che ha dei nodi ineludibili, senza dei quali non sarebbe Vangelo, ma qualcosa d'altro. Essi sono: la storicità dei fatti che hanno riguardato la vita, la morte e la risurrezione di Gesù; il ruolo fondamentale e insostituibile della testimonianza apostolica (i testimoni); la vera identità di Gesù (Signore e Cristo); il valore salvifico dei fatti storici (il perdono dei peccati); l'appropriazione dell'opera oggettiva (il ravvedimento); le esigenze della sequela di Gesù. Tutto ruota intorno a colui che è l'araldo per eccellenza della Buona Notizia, ma ne è anche il contenuto.
Oggi mi pare che si cerchi di imprimere a questo Evangelo una torsione socio-politica. Il Vangelo deve trasformare le società. Detto così sembra una cosa banale. Ma, attenzione, il tranello è in agguato. Spieghiamolo con una metafora botanica: c'è un pomodoro naturale e c'è un pomodoro OGM (geneticamente modificato). Sono la stessa cosa. In realtà no, perché il secondo prodotto è stato adattato a dei fini che non sono intrinseci al primo: essere disponibile tutto l'anno, aumentare determinate caratteristiche chimiche e alimentari e così via. In pratica, a un prodotto naturale che per sua costituzione porta nell'ambito di una dieta determinate conseguenze, è stata fatta un'operazione affinché raggiunga determinati fini.
Così è dell'Evangelo. Esso produce delle conseguenze, dei frutti (anche Gesù, per questo preciso obiettivo ha usato metafore botaniche); ma non può accettare che chiunque, anche per buone intenzioni, possa assegnargli dei fini elaborati altrove. Se l'Evangelo cambia i cuori allora sì che si trasforma le società; se l'Evangelo deve trasformare le società, allora bisogna modificarlo geneticamente, e potrebbe non essere più interessato al cambiamento dei cuori (sic).

Durante questo anno accademico, ricordate e ricordiamo tutti, che siamo figli dell'evangelo e la sua diffusione ci deve caratterizzare profondamente.

10 November 2009
G.Carlo Di Gaetano (DiRS GBU)