La teologia del C.E.P.U./1

All'inizio di ogni nuovo anno accademico, allorquando, almeno per gli studenti pendolari, si ricominciano a fare le valigie per raggiungere la sede di studio, oppure per chi ha la fortuna di vivere in una città con l'ateneo, si fa la prima capatina in Facoltà, sembra opportuno per noi rifarci un discorsetto sulle motivazioni che spingono allo studio.

Pensando che cosa si potrebbe dire a delle ragazze e dei ragazzi, soprattutto cristiani, che si rimettono in moto in questo strano e affascinante mondo del periodo studentesco, mi è venuto in mente il CEPU. Se si va sul loro sito, si trova uno dei motti usati che è abbastanza intrigante:
Se il tuo sogno è la Laurea, Cepu ti avvicina ai tuoi sogni! Ecco un messaggio che sembra richiamare l'antica saggezza platonica che individuava, per una delle motivazioni più forti dell'essere umano (l'eros), la sua radice nella povertà e nel desiderio: in questo caso il CEPU parla del conseguimento di uno stato positivo, che al momento in cui lo si adombra non si possiede (la laurea) e lo configura addirittura come uno stato alterato di coscienza. Così almeno mi pare che definiscano il sogno gli psicologi.

Cosa c'entra però il CEPU con il GBU? Effettivamente poco o addirittura nulla. Ma nell'organizzare questa riflessione sulle motivazioni mi sono divertito a notare la coincidenza dell'acronimo C.E.P.U. con quello che andavo elaborando; poi, dopo aver visto il loro sito, e riflettendoci un attimo su, mi sono convinto che un ruolo nell'ambito delle motivazioni e dell'assistenza a un momento della vita segnato dagli studi ce l'ha pure GBU. Ecco che adesso i maligni si sbizzarriscono: vuoi vedere che dopo il DiRS-GBU, Giancarlo ci rifila il CEPU-GBU! Non si sa mai. Ma veniamo alle cose serie.

Chiamata. Credo che una delle parole che dovrebbero essere radicate nella mente di ogni studente cristiano, e che dunque dovrebbe essere ripresa con molta cura nel momento in cui pigramente si ricomincia a pensare all'anno accademico che si apre è la parola chiamata, quasi sovrapponibile a vocazione. Paolo si esprimeva così: «il nostro Dio vi ritenga degni della vocazione e compia con potenza ogni vostro buon desiderio e l'opera della vostra fede, in modo che il nome del nostro Signore Gesù sia glorificato in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e Signore Gesù Cristo». (2:11-12).
Il concetto di chiamata ha giocato un ruolo importante nella storia della spiritualità evangelica. Furono i riformatori, in particolare, a sottolineare al loro tempo che la chiamata di Dio per le donne e per gli uomini non si limitava a condurli in un percorso segnato unicamente da realtà spirituali, che all'epoca significava sostanzialmente carriera ecclesiale e ordini monastici. Grazie alla riflessione sulla grazia, sulla giustificazione per fede e sul ruolo della croce, ogni cristiano, nella riscoperta dell'insegnamento biblico, doveva al contrario sentirsi chiamato da Dio a interpretare la sua vita, quale che fosse lo scenario in cui si snodava, come una chiamata da parte di Dio a rendergli gloria (soli Deo gloria).

La tesi è che qualunque cosa si faccia, qualunque mestiere, qualunque status sociale si ricopra, è come se si fosse negli stessi panni del chierico medievale nell'atto di dire messa, vale a dire al culmine del sistema sacrale medievale. Tutta la nostra vita deve essere un inno alla gloria di Dio (1 Cor 10:31).

Questo vale anche per gli studenti? Negli ultimi anni ho sentito declinare spesso il discorso sulla chiamata e sulla vocazione in termini di critica della spiritualità di chi ci ha preceduti nella fede. Si è detto spesso che il nostro evangelismo è segnato dalla fuga dal mondo, della mancata assunzione di responsabilità in nome di una spiritualità segnata da impegni ecclesiali. Credo che non ci sia niente di più sbagliato del legare il ragionamento sulla chiamata a un'analisi infondata e ideologica come questa.

Dobbiamo ricollocare il discorso della chiamata nell'ambito che è suo, vale a dire quello delle conseguenze della nuova nascita. Questo discorso ha a che fare con le motivazioni interiori e con la qualità del nostro venir fuori nel percorso al quale sentiamo di essere stati chiamati. Nel nostro caso, gli studi universitari.
Per tante, diverse ragioni, infatti, molti di voi oggi si trovano in questo percorso di studi; a parte casi eclatanti in cui ci si rende subito conto che gli studi non sono fatti per voi, nella stragrande maggioranza dei casi accadrà che le forme e i modi di avvicinamento agli studi universitari rappresentano il contesto in cui si delinea e si intravede la chiamata di Dio. Vi accorgete che non siete più gli stessi, che avete delle responsabilità nei confronti di un contesto sociale più o meno allargato (qualcuno vi paga gli studi; qualcun altro appena vi vede vi chiede se avete fatto gli esami ...).
E poi c'è il Signore: quello al quale vi rivolgete ogni sera e ogni mattina per dirgli grazie della vita che vi dona. Ed è qui che vi scoprite a parlare con lui dei vostri studi ... Tutto questo è chiamata.
Nei confronti di tutte queste relazioni (famiglie, società, Signore) avvertite il senso di una responsabilità. Che cosa chiede allora il Signore a degli studenti? Se Egli li ha chiamati a questo status la risposta è semplice: ESIGE CHE FACCIANO GLI STUDENTI. Ed è la qualità delle vostre performances (non dei voti), del vostro impegno a rappresentare la risposta, la vostra risposta di studenti alla chiamata di Dio per voi.

Concludo la riflessione su questa parola ricordando alcuni dialoghi del film Momenti di gloria. Eric Liddell, l'eroe-missionario, ricorderete, si trova nel dilemma se correre le Olimpiadi di Parigi oppure partire subito per la missione in Cina (dove ci andrà per davvero e morirà; trattenete il respiro, fra qualche mese Edzioni GBU vi darà la biografia completa di Eric Liddell). Il dilemma è aizzato dalla sorella. "Dio mi ha fatto per la missione, per la Cina", afferma Eric, "ma Dio mi ha fatto anche veloce e quando corro lo sento compiaciuto!" Avete mai pensato che le vostre performances studentesche, il vostro impegno, la vostra diligenza nell'organizzare il tempo, dalle ore di studio a quelle goliardiche, a quelle davanti a FB (quante fesserie si dicono nei post, quante parolacce e pensieri malvagi) possono compiacere o dispiacere il vostro Dio? Chiamata!
Un altro dialogo, ancora Eric protagonista. Suo padre James, pastore e missionario di altri tempi, si informa: ma davvero ho un figlio così veloce? Davvero una sua partecipazione alle Olimpiadi potrebbe risultare positiva alla causa della missione? Se le cose stanno così, allora bisogna indirizzare il figlio sulle strade di una buona risposta alla chiamata: "si può glorificare Dio anche sbucciando una patata! L'importante è non fare compromessi. Il compromesso è il linguaggio del demonio!" afferma Liddell senior.

La chiamata di Dio a svolgere bene quello a cui siete stati chiamati è la prima parola d'ordine, la prima della nostra teologia del Cepu-GBU.

10 November 2009
G.Carlo Di Gaetano (DiRS GBU)