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Riflessioni su una gita del GBU di Torino (scritto da Piero del gruppo di Torino)

Foto1La gita organizzata dal Gbu di Torino (di cui faccio parte) con meta la cittadina di Stresa, sul lago Maggiore, è stata una splendida occasione per il nostro gruppo di spostarsi lontano dalle solite aule universitarie, e senz’altro ha permesso una maggiore conoscenza fra le varie persone, alcune delle quali, non riuscendo a venire agli incontri settimanali, possono essere presenti sono ad iniziative come questa, dove peraltro il muoversi e lo stesso passeggiare rendono più “elastici” i rapporti, e più difficile il formarsi di gruppetti chiusi.

Di questo si è avuta conferma già dal mattino presto di quel giorno, mercoledì 1 novembre 2006, quando l’intera comitiva (ventotto persone, fra cui un buon numero di stranieri), dopo essersi data appuntamento in un piazzale, si è subito mescolata nelle varie macchine per partire: un buon modo per rompere il ghiaccio in una giornata freddina.

L’occasione era quella giusta per esercitarsi con la lingua straniera, e considerato che in ogni auto c’era almeno uno straniero, è andata di lusso al sottoscritto, che si trovava in macchina con Soraya, gbuina di provenienza indonesiana insieme a suo fratello Reza, all’amica Lorena e a un ragazzo ita- liano poliglotta, Daniele Mazzucco, che fra le sue conoscenze annovera persino il russo.

Foto2Dopo circa un’ora e mezza di viaggio, nel quale riesco almeno a presentarmi nella mia lingua ma- dre, giungiamo a Stresa, sul bacino centrale del lago Maggiore (al confine fra Piemonte e Lombardia) e, raccogliendoci di nuovo tutti insieme, ci incamminiamo verso il traghetto per visitare le tre isole Borromee. Interessante come un gruppo di ampio respiro multietnico, proveniente da paesaggi diversi e magari anche molto estesi, si ritrovi in una cittadina il cui nome, nel dialetto locale, vuol dire “strettoia” e le cui isole non superano, tutte insieme, i tre chilometri di perimetro. Ma il posto, per quanto piccolo, avrà certamente suscitato in ognuno tante emozioni personali, la cui misura va al di là dei parametri fisici di un territorio.

L’Isola dei Pescatori, con i vicoli rustici che si snodano all’interno, e l’Isola Bella, con il Palazzo Borromeo e i grandi terrazzi che danno sul lago, entrambe visitate nella prima parte della giornata, forse facevano sentire straniero anche me, come accade spesso nei posti staccati dalla terraferma, e non a caso, anche per la mia incapacità a legare con quelli della mia stessa lingua, ho preferito attaccar discorso con quelli che parlavano inglese: Anja e Ony, due giovani sorelle originarie del Madagascar ma residenti l’una in Inghilterra e l’altra in Francia, dimostrano età diverse da quelle che hanno. Anja, membro dello staff IFES (in visita in quei giorni nei vari Gbu d’Italia) ha una risata fragorosa e una notevole parlantina, veste in modo colorato, e non si direbbe che Ony, per il suo carattere più posato e silenzioso, sia in realtà molto più giovane di lei.

Catherine, che da tempo si trova a Torino, è invece una missionaria di Chicago: è rimasta colpita dalle foglie gialle che coprivano il viale alberato dell’Isola Bella, che le ricordavano l’autunno americano, e mi ha fatto piacere riuscire a sostenere con lei, nel mio inglese biascicato, una con- versazione abbastanza lunga, che ha toccato addirittura temi spirituali.

Foto3Ma una cosa che, più di altre, ho notato di questa giornata, è l’assenza di un “capo comitiva” o, se si vuole, di una guida turistica che tiene il gruppo a bacchetta per rispettare i tempi di marcia, con tappe ben precise: le tappe c’erano pure, ma si aveva la sensazione che non fossero indispensabili, quasi come se la meta non fosse Stresa o qualsiasi altro posto, bensì il fatto di condividere qualcosa che non era tangibile ma che poteva sentirsi, anche a distanza. Il momento saliente è infatti stato nel pomeriggio, sempre sull’Isola Bella quando, seduti sul prato in riva al lago, abbiamo cantato tre brani scelti (e accompagnati con la chitarra) da Gabriele e Alessandro: un’altra cosa singolare è stata l’assenza di “evangelichese”: probabilmente il contenuto cristiano delle canzoni, nella versione inglese, non è stato compreso da chi era lì attorno, ma sicuramente l’atmosfera e le melo- die non hanno lasciato indifferente chi magari pensa che un gruppo di giovani con la chitarra si fermi su un prato solo per bivaccare e far cagnara. Anche la poesia di Pablo Neruda, letta in quel momento in quattro lingue diverse, deve aver scosso qualcuno, nonostante la sua impronta laica.

“Chi muore?”, questo il titolo: la poesia, al centro della quale c’è l’uomo che si lascia morire, forse quello che s’incontra tutti i giorni (magari proprio io), invita a non ripetere le stesse abitudini senza emozioni, ma a “capovolgere il tavolo”, a dare una svolta alle situazioni troppo strette e, fra le altre cose, a “viaggiare, leggere e ascoltare musica”. E’ stato piacevole sentirsi dire questo mentre si era in viaggio, si cantava e (coincidenza) si stava proprio leggendo…

E’ probabile che la gita a Stresa sia stata, almeno per me, una sferzata alla quotidianità quasi meccanica, o più semplicemente un cambiamento come tanti altri, ma forse sono proprio tanti minimi cambiamenti che capovolgono il tutto.

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